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Allora siamo veramente in una situazione rischiosa e pericolosa, molto pericolosa.
La notizia è apparsa oggi e fa temere un futuro oscuro. Google si è arresa alle pressioni dell'industria culturale e dell'intrattenimento e dal prossimo lunedì penalizzerà chi violerà il copyright attraverso un nuovo algoritmo di indicizzazione relativo "...alle richieste di rimozione che riceviamo per ogni sito. Quelli che verranno colpiti dal maggior numero di richieste appariranno più in basso nei risultati delle ricerche." Lo ha comunicato questa notte Amit Shangal, ingegnere che cura la ricerca Google e con il ruolo più alto. Shangal afferma anche che "...da quando abbiamo riattivato la rimozione di contenuti per questioni di copyright le richieste sono aumentate a dismisura. Solo negli ultimi 30 giorni ne abbiamo ricevute 4,3 milioni. Ora useremo questi dati per penalizzare i siti che hanno violato il copyright." Non so esattamente da dove cominciare per commentare ma forse vale la pena ricordare prima di tutto che Google si era mobilitata solo qualche mese fa con migliaia di utenti della rete contro il SOPA (Stop Online Piracy Act) e il PIPA (Protect Ip), due proposte simili che erano circolate (e di cui abbiamo dato notizia anche su questo blog) come proposte di legge nel Parlamento Americano in primis. E poi, si sa, sarebbe bastato pochissimo che giungesse anche in Europa e nel resto del mondo con notevoli, drammatiche conseguenze. Detto ciò, e riferendomi all'ultima frase di Shangal, duole notare certe parole come "penalizzare", "violare", "copyright". Dunque penalizzare...è la parola che più della altre arriva come uno schiaffo. Tanto più se pensiamo che molte volte parliamo di concetti e di questioni che spesso sconfinano nella interpretazione più selvaggia. Ma aggiungerei anche che, nonostante in Europa si pensi (o almeno in Italia si pensa eccome) che i termini "diritto d'autore" e "copyright" stiano grosso modo a significare la stessa cosa, non va dimenticato che copyright letteralmente significa "diritto di copia" e che forse in America intendono proprio questo. Ora proviamo ad immaginare la confusione che potrebbe invece nascere al di qua dell'oceano (ripeto, almeno in Italia, dove l'interpretazione è riconosciuta a livello giuridico e legislativo) se la cosa andasse drammaticamente avanti e ci fosse qualche legge a vietare. Non oso immaginare i soprusi e le limitazioni reali al diritto di espressione che ne conseguirebbero. Ma l'arcano si può facilmente svelare visto che da qualche tempo Google vende anche video e musica sul suo Play Store e quindi, per ragioni puramente commerciali e seguendo la più bieca logica del profitto personale, strizza l'occhiolino alle industrie di entertainment, alle etichette discografiche e alle case di produzione cinematografica mettendosi letteralmente carponi e assecondando il magnate di turno. Meraviglioso! Non ce lo saremmo aspettato. Ma perché poi? Certo che era prevedibile. Solo che speravamo che non succedesse. Ora staremo a vedere. Peccato che questi magnati, così lungimiranti nel prevedere e costruire il loro successo, non lo siano altrettanto nel prevedere la loro distruzione. E quello succede sempre in minor tempo. Officine Editoriali vi terrà informati su queste vicende che ci riguardano tutti molto da vicino. Continuate a seguire Officine Editoriali su questo blog e rimanete aggiornati.

 

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